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L’APPROCCIO OLISTICO ALLA MANIPOLAZIONE OSTEOARTICOLARE.

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Mi capita molto spesso di leggere o ascoltare di persone che hanno ricevuto manipolazioni sgradite. Questo capita in genere per una serie di condizioni: il soggetto non era a conoscenza della natura manipolativa del trattamento, aveva chiesto esplicitamente di non essere manipolato in determinati punti oppure semplicemente è stato manipolato con violenza.
Non mi è mai mancato dunque durante una seduta qualcuno che mi chieda “per favore non mi scrocchi il collo, un suo collega mi ha fatto male” oppure “ una volta per farmi questa tecnica [quella che si sta facendo in quel momento] sono stato fermo a letto due giorni”.

Il web poi non aiuta. In un mondo dove tutto è spettacolo, show, non mancano osteopati, chiropratici, operatori olistici e varie figure che mostrano spettacolari manipolazioni con autentici atti di forza, cadute a corpo libero sul paziente per fare più forza, manipolazioni dolorose con il conseguente e spettacolare lieto fine dato dal sollievo del paziente.
Il punto che vorrei trattare è questo: l’arroganza di imporre un trattamento non è mai giustificata in una pratica olistica. I casi in cui l’imposizione della manipolazione sarebbe risolutiva sono rarissimi e per di più sono quasi sempre di interesse clinico e non di benessere, benessere del quale si dovrebbe occupare l’operatore non sanitario.
Se chiedessimo a cento operatori di osteopatia, massoterapia, naturopatia, chiropratica se le loro sono discipline olistiche avremmo probabilmente il 100% di risposte affermative.
Se però mi attengo ai racconti di chi si rivolge a me, a quanto leggo, a quanto fanno vedere su internet molti di loro, è chiaro che l’olismo è una parola da parata, così, tanto per scena. Non posso negare che anche le mie esperienze di paziente (ricevente) non sono state sempre degne dei concetti qui espressi.
L’operatore delle CAM (acronimo di Complementary and Alternative Medicines) dovrebbe sempre rispettare chi ha di fronte sotto tre aspetti:

fisico: rispettare dunque le barriere che il corpo crea.
Psichico: rispettare le implicazioni emozionali che limitano o indirizzano il trattamento.
Spirituale: rispettare le convinzioni e le informazioni che in quel momento caratterizzano il “ricevente”, ovvero colui che riceve il trattamento.

Questi tre aspetti non possono essere scindibili, o quantomeno non dovrebbero esserlo per chi aderisce a talune discipline.
Esistono diversi motivi per cui il corpo della persona ricevente rifiuta il trattamento o lo vive con disagio, proviamo a vederli:

La barriera imposta dal sistema muscolo tendineo è molto differente da quella ossea e/o legamentosa. (esempio: nella classica manipolazione del tratto cervicale non considerando il corpo nella sua interezza, valutiamo una rigidità come espressione di una disfunzione in Estensione/Flessione/Rotazione/Inclinazione del rachide e non per una contrattura dei tessuti muscolari, così facendo è inutile la tecnica strutturale).

Le implicazioni dell’eventuale avvento di nuove possibilità di movimento non sono gradite. Questo è un esempio sul piano psichico. La persona non è pronta ad affrontare la piena possibilità di movimento, non è pronta ad assumersi le responsabilità sociali, sportive, lavorative, familiari et similia, che un miglioramento della propria condizione comporterebbe e preferisce ritardare inconsciamente la sua “guarigione”.

Le convinzioni o le informazioni del ricevente non sono le stesse dell’operatore. Il ricevente magari è convinto che una manipolazione del rachide sia pericolosa. Non ha importanza se ciò sia vero o no (oggi sappiamo che la manipolazione è probabilmente più sicura di un banale massaggio da centro termale). Oppure non ha tutte le informazioni necessarie affinché il trattamento sia davvero un atto consapevole e ne teme alcune parti. Qui l’operatore deve essere promotore della validazione da parte del ricevente della sua stessa pratica non ponendosi su un piano altero bensì sul piano dello scambio di informazioni, verificabili, circa la sua professione e circa le tecniche che intende eseguire.

Abbiamo brevemente visto alcuni esempi di disallineamento dal paradigma olistico, dell’asse corpo-psiche-spirito.
Il trattamento avrà il suo vero successo solo nella compresenza di tutti e tre gli aspetti.
Una persona su cui alcune tecniche “non entrano” è in conflitto su uno dei piani di sui sopra. Una forzatura avrebbe il catastrofico effetto di porsi alla stregua delle situazioni “di vita o di morte” ospedaliere (evocandone anche l’inquietudine e il senso di impotenza), dove l’imporre la tecnica è legittimato da un bene superiore ovvero la vita stessa del paziente.
Questo non accade mai a chi si rivolge ad un operatore di una disciplina olistica, noi non trattiamo di vita o di morte ma di qualità della vita. Anche se siamo consci che con una piccola forzatura potremmo, ad esempio, allungare in sicurezza un muscolo contratto, questo deve essere in empatia sinergica col paziente, altrimenti anche il successo della tecnica non sarà percepito e al massimo porterà un beneficio locale, peccante di riduzionismo e di relegare le percezioni del ricevente a piccoli comparti, quando dovremmo curare il suo intero soma… con la psiche e lo spirito.
In definitiva una manipolazione dolce è l’unica manipolazione possibile, realmente rispettosa, l’unica che si basa su quello che secondo diritto potremmo chiamare “consenso informato”, che include corpo-psiche-spirito, che ci valorizza come operatori e ci distingue da altre figure che, mi ripeto, trattano legittimamente di vita e di morte, non di benessere

 

a cura di Nicola Mercuri

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